GIGLIO ITALIANO: PAESAGGI E NATURE MORTE
Giglio Italiano ha scoperto la passione per l’acquerello piuttosto tardi, durante i giorni tremendi del Covid. Ma non è certo nuovo al demone dell’arte: da ragazzo ha fatto il Liceo Artistico, si è poi laureato in Architettura e ha insegnato per tantissimi anni Storia dell’Arte. Nell’intraprendere il suo percorso quasi per gioco (ma Italiano prende tutto con molta serietà), ha vissuto questa esperienza con grande umiltà, lavorando con uno scrupolo e una serietà veramente eccezionali, anno dopo anno, senza forzature inutili. E ha rivelato, come confermano le sue ultime opere, un piglio intatto di valente paesaggista, oltre che – cosa rara – di ottimo acquerellista.
Quella dell’acquerello è arte molto difficile, di cui il pittore calabrese ha saputo impadronirsi grazie soprattutto ai consigli e agli aiuti di un vecchio compagno di scuola ormai maestro riconosciuto come Pasquale Marino, trovando in questa tecnica quasi per naturale congenialità la sua misura ideale. A differenza della pittura ad olio, che consente tutti i necessari ritocchi, l’acquerello richiede una mano agile, che faccia guizzare il pennello con rapidità e sicurezza, senza la minima esitazione o il minimo pentimento. Il colpo di colore è irreversibile, incancellabile e fa corpo con la carta immediatamente e per sempre: ritoccato perde di spontaneità, di freschezza, di limpidezza. Se il pennello non ha dato il colpo giusto, con la densità giusta, l’errore viene subito notato da chi ha l’occhio esercitato. Tenendo presenti queste difficoltà tecniche dell’acquerello, penso che si possa apprezzare meglio l’arte di Giglio Italiano.
Diciamo subito che ci troviamo di fronte a un artista che, anche a costo di sembrare un pittore anacronistico, non cerca di ingannare se stesso e gli altri con astruse indagini extra pittoriche, correndo dietro mode passeggere. Egli affida al proprio sentimento il compito di nutrire di poesia ciò che la mano fattasi esperta traccia sul foglio. Ed è proprio quest’aspetto nativo (per nulla naif, beninteso), di genuina sincerità, che in primo luogo colpisce della sua pittura. Questa condizione coscienziosa di libertà e di chiarezza ha dato a questo punto della sua carriera i suoi frutti e rivela una fedeltà a se stesso e una coerenza che meritano di essere sottolineate. Basta guardare ora queste carte per convincersene: esse sono riassuntive di un percorso durante il quale ha progressivamente saputo definire il proprio mondo pittorico, acquisendo una sua autonoma personalità e giungendo ormai a un traguardo che non tanti possono vantare di aver conquistato così rapidamente.
Mentre tanti artisti con le loro sperimentazioni negano la pittura (forse per il fatto che non riescono a raggiungerla), o esagerano il proprio tormento di artisti caricandosi di tutti i mali del mondo, Italiano ama la pittura fatta con l’antico mestiere di pittore, e cerca nei suoi soggetti il colloquio piano e più privato possibile, ritraendo con cura minuta la poesia di un mondo familiare e popolare nascosta dietro piccoli brani di natura o di realtà. Con lui ci ritroviamo insomma in quel buon vecchio clima degli artisti che credono ancora nella vitalità della pittura e vedono scorrere i loro giorni davanti all’emozione di un vaso di fiori disposto sul tavolo, di un angolo di periferia o uno squarcio di paesaggio innevato da ritrarre.
Egli si pone di fronte alle sue vedute naturali, alle sue nature morte con uno sguardo limpido e onesto; dipinge spesso all’aria aperta, (sul motivo, come dicono i francesi, ma non disdegna l’uso della fotografia) scegliendo punti di vista che non vogliono avere nulla di spettacolare o di suggestivo, di eloquente. Preferisce le situazioni raccolte, quasi sempre concentrate in primo piano, viste attraverso il filtro di uno sguardo romantico che insegue fantasie di luce e trasparenze, con una stesura morbida e sempre molto fine.
Il suo linguaggio è quello collaudato della tradizione figurativa che dall’800 è passata nel secolo successivo attraverso le lezione di tanti autorevoli maestri. Egli è pittore di fiori, di molti fiori di ogni tipo, di alberi, di marine, di cieli aperti, di barche ormeggiate sulla spiaggia, di luoghi e cose della sua Calabria che, ricreati nei vari timbri di verdi teneri, gialli accesi, rossi, azzurri, turchesi, bruni, conservano una incantata semplicità. Particolarmente belle, fra i suoi acquerelli, sono le nature morte, tutte di felicissimo taglio. Italiano guarda gli oggetti che lo circondano quotidianamente nello studio, dalla frutta ai piatti decorati ai fiori che ama tanto: li isola, li scruta dentro, li illumina e immobilizza, ne esalta la bellezza e le forme che sembrano ora nuovamente inventate e di nuovo significato.
Sul filo di questa poetica naturalistica, Italiano dipinge per il piacere di dipingere, ma lo fa con molta perizia e meticolosità. Ha una pittura pulita, una pittura fresca, diretta, lontana da qualsiasi intellettualismo, che vive essenzialmente nel colore e dal colore riceve incanto, dalla luce e dall’ombra plasticità. Nel colore che disegna, definisce, costruisce la forma degli oggetti e suggerisce lo spazio, tenuto sempre su un tonalismo misurato e controllato, passa un mondo di mille suggestioni, di mille riverberi che ti permettono di ritrovare il gusto, la “lezione” della vera pittura, cioè di quell’arte che sa parlare a tutti, e sa dare agli uomini qualcosa che li arricchisce e li migliora.
